Istituto HERMES - Istituto gestalt a orientamento fenomenologico-esistenziale - Centro studi per la formazione, il counselling, la psicoterapia
 

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FILOSOFIA DELL’INTERVENTO
Crescita personale.
La relazione costituisce la base fondamentale della convivenza, non solo sociale, comunitaria o familiare, ma anche e soprattutto personale.
Consideriamo infatti la persona come uno stile di convivenza tra le differenti parti e istanze che la generano.
Quando usiamo l’espressione "rapporto-con-se-stessi" facciamo riferimento ad una attività dialogica che ciascuna persona intrattiene per tutta la vita con differenti parti di sé.
Normalmente viviamo abituandoci a riconoscere come valide solo alcune parti o necessità, tralasciando o giudicando dannose le altre.
Ciò che ne consegue è un’esperienza di disagio, che ricade sulla qualità delle relazioni che costruiamo intorno a noi e di cui nutriamo la nostra vita, sia sul piano dell’incontro sociale e lavorativo che su quello amoroso.
Quando la persona si sclerotizza intorno al riconoscimento di alcune istanze negandone altre, la vita ne risulta costretta in attività limitate e ogni gesto della persona è appesantito dalla necessità di mantenere lontane le parti rifiutate.
Spesso questo è accompagnato da un senso di noia esistenziale, di incompiutezza personale, che vengono rifiutati, a loro volta, in favore di una routine che garantisce il piccolo spazio esistenziale a disposizione: l’abitudine e i suoi vantaggi e la sicurezza.
Così nella persona sorge il conflitto tra: mangiare ciò che giudica negativo e avere fame di ciò che giudica negativo.
Il mondo interno delle persone è regolato fondamentalmente dalla capacità di sperimentare emozioni differenti e di questo anche la qualità del pensiero ne è profondamente influenzata, così come la possibilità di relazionarsi agli altri e di lavorare con gli altri.
Stabilire una relazione con una persona implica il conoscere-sperimentare aspetti differenti dell’altro. 
Per conoscerli abbiamo bisogno di "ri-conoscerli", quindi accettarli internamente altrimenti non è possibile alcun tipo di rapporto con nessun aspetto dell’altro.
Se, per esempio, una persona, per ragioni dovute all’educazione ricevuta, ha sviluppato un pregiudizio nei confronti dell’aggressività o del dolore ogni volta che incontra qualcuno tratteggiato da aggressività e dolore ne rifugge, con la conseguenza duplice di non potersi far carico della propria istanza aggressiva e sfuggire gli aggressivi.
Per conoscere qualcosa che sta fuori di noi dobbiamo sopportarne il riflesso dentro di noi e se non possiamo sperimentare la nostra aggressività o dolore o gioia non possiamo sopportare neppure quella degli altri perché non possediamo un luogo interno dove sperimentarla.
Dal punto di vista sociale accade che le relazioni anziché essere improntate alla reciprocità diventano dei modi di allearsi contro qualche aspetto della vita.
Allora le relazioni sociali diventano luoghi atti a "ripetere" anziché "promuovere".
Le persone si rinchiudono nel loro piccolo privato anziché assurgere l’altro a terreno della propria crescita.
La comunità diventa pericolosa poiché è possibile che in essa ci siano quei gesti, comportamenti e modi di sentire che in noi non possiamo accettare allora si crea una frattura tra privato e pubblico in cui il rivolgimento alla collettività sarà determinato dalla difesa del proprio giardino anziché da un interesse di sviluppo che faccia coincidere l’interesse personale con quello di tutti.
Su questo si appoggia l’attività sociale come esclusiva difesa del proprio privilegio.
 
Sesso e amore.
Il monocromatismo di cui soffriamo nella vita implica che ci identifichiamo con esso.
Se, per esempio pensiamo di essere deboli e ci identifichiamo con questa convinzione, tutto quello che facciamo ci deve restituire intatta la identità di deboli; e questo perché quella identità anche sé è scomoda rappresenta l’unica forma di sicurezza che conosciamo.
Amore e sesso sono anch’essi vittime di questo monocromatismo: se ci consideriamo deboli l’altro dovrà prendere il ruolo del forte e viceversa.
Lo spazio sessuale dovrebbe rappresentare il luogo dove gli esseri umani coniugano l’impulso con il sentimento verso l’altro.
Potrebbe rappresentare per l’altro la foresta incantata da dove non si esce mai così come si è entrati. 
Ogni volta che impulso erotico e sentimento si incontrano le persone rinnovano in continuazione il loro rapporto amoroso e ogni volta che i corpi si contattano l’incontro è luogo di metamorfosi che ricade su entrambi.
Ognuno per la propria vita e per la propria vita insieme.
Kafka diceva a Milena che le chiedeva che cosa fosse l’amore per lui: "che tu sia il coltello che mi permette di incontrarmi con me stesso"……. Oltre che con noi stessi, l’incontro erotico dovrebbe permettere di vivere e godere dell’altro come differente da noi stessi e solo-in-quanto- tale, capace di riflettersi in conoscenza di noi stessi.
Per vivere l’intimità bisogna che l’altro, nella sua differenza, costituisca ispirazione ad esprimere qualcosa di noi, ma perché questo accada bisogna che l’altro piaccia e sia goduto nella sua differenza.
Nella realtà però come nelle altre aree della vita, l’altro viene vissuto come strumento che riconfermi il nostro monocromatismo, "Sono debole", "Sono forte" e cosi via.
Allora l’altro scompare come differenza piacente e il sesso, l’erotismo diventano luoghi ripetitivi dove ci si incontra sempre con il noi-stessi-del-giorno- prima: la possibilità di amare non si accende.
 
ORIENTAMENTO FENOMENOLOGICO
La fenomenologia riconosce nel pregiudizio la fonte di ogni agire orientato all’evitare aspetti di sé e del mondo.
Riconosce il pregiudizio come un processo di cristallizzazione di credenze, convinzioni e modi di sentire che si strutturano nel tempo determinando una sorta di velo monocromatico attraverso cui entriamo in rapporto con il mondo e di conseguenza vediamo in maniera monadica.
Come se tutto quello con cui entriamo in contatto mantenesse la propria naturalezza nascosta dal monocromatismo da cui siamo caratterizzati.
La fenomenologia indica "l’epokè" come processo di svelamento delle cose nella propria naturalezza.
Epokè implica un ri-prendere a guardare e ri-sentire le cose interne ed esterne per come sono, senza ridurle ai personali convincimenti o pregiudizi.
E’ processo di svelamento da parte del “dato” alla persona che lo riceve, che implica uno stare aperti alla cosa percepita aspettando che essa riveli il suo senso anziché preoccuparsi di incollargliene uno, che generalmente peschiamo nei magazzini dei nostri pregiudizi.
Questo processo che chiamiamo "epokè fenomenologica" va inteso più come un punto di arrivo che come una qualità di partenza; una attitudine interna che come tutte le altre si mantiene e si sviluppa attraverso la pratica.
Il passaggio da una reiterazione di sé alla conoscenza di sé viene indicato da Merleau Ponty nel passaggio sensoriale: ovvero per ritrovare la naturalezza delle cose bisogna lasciare che ci appaiano come sensazioni, poiché la sensazione costituisce il tragitto attraverso cui le cose ci rivelano il senso che hanno per la nostra vita.
Vale a dire che le sensazioni ed emozioni contengono già un "verso", un loro "destino", si tratta di prenderne coscienza anziché impegnarsi a incollargliene uno.
 
GESTALT E FENOMENOLOGIA
Se la fenomenologia pone al centro della sua ricerca l’epokè come luogo, il riconoscimento della intenzione come scopo, la sensazione come viaggio, in quanto mezzi per tornare al senso di sé e del proprio rapporto con il mondo, la gestalt erge al centro del suo agire psicoterapeutico tre elementi che ne costituiscono il corpo pulsante e realizzano un continum fenomenologico nei processi di crescita personale: il contatto, l’espressione, la creatività.
Il contatto emotivo costituisce un potente attivatore di conoscenza del proprio mondo interno e delle emozioni che ne costituiscono la tessitura; l’espressione delle proprie istanze emozionali realizza il prendere coscienza delle intenzioni contenute nel processo emotivo, quindi il riconoscere i profili del progetto in esse contenuto; la creatività rappresenta il processo attraverso cui il progetto si trasforma in azione, creando forme fino ad allora inesistenti nella propria vita.
 
GESTALT E CRESCITA PERSONALE
I tre processi sopra indicati costituiscono il perno di un agire in favore del cambiamento personale che rompe con la tradizione psicologica dell’interpretare, in favore di una pratica che pone al centro del proprio intervento l’interrogazione degli eventi interni anziché preparare una risposta.
In gestalt non si tende a cercare un significato da applicare agli eventi interni della persona, ma si chiede alla persona "che effetto ti fa…", "in che senso…", "che forma ha…", "che spazio vuole nella tua vita…"... ciò che vai scoprendo. 
Si aiuta la persona a mettersi in contatto con il progetto di vita impresso nelle sensazioni ed emozioni attraverso un linguaggio evocativo anziché interpretativo.
La pratica dell'attenzione e dell'ascolto interno sostituiscono di conseguenza quella classica dell'interpretazione e dell'introspezione, che hanno l’obiettivo di cercare tra le cose conosciute un significato che possa andare bene per la nuova istanza percepita in se stessi; rimovendo in questo modo, la possibilità stessa della novità.
In gestalt è l’istanza interna medesima che parla alla persona e rivela il suo intento, la sua forza, la sua sensibilità, il suo scopo.
Si attiva un dialogo tra la persona e la istanza e ciò consente alla persona di integrare parti nuove nella propria esistenza ampliando la scelta di orizzonti possibili.
 
 
Istituto HERMES.